:: LE PAROLE DEL CUORE ::

E’ il momento delle fiabe, dei racconti che insegnano dolcemente, che ci aiutano a capire, che emozionano il cuore e arricchiscono la mente. Ringrazio Daniela che me l’ha “regalata” e così l’ho potuta pubblicare anche nel mio blog…

C’era una volta una bimba cresciuta tra le pagine profumate di un vocabolario di greco. Appiattita tra i fogli come un fiore d’altri tempi, la bimba si ritrovava al sicuro tra quelle parole antiche che risuonavano d’echi e la facevano vibrare di suggestioni misteriose e potenti. Aveva scoperto, la bimba, che le parole erano connesse tra loro in nuclei familiari, a volte numerosi, a volte un po’ meno; e che all’interno del dizionario vivevano riunite in piccoli condomini o villette singole, proprio come avveniva nel mondo di fuori, ma sempre circondate da un giardino fatato. Entrare in quel giardino significava accedere a mondi sconosciuti, in cui “sotto dietro prima dentro” erano sempre ben visibili e in primo piano, e il vuoto del vaso era ciò che dava un’utilità al vaso, e il vuoto delle porte e delle finestre era ciò che dava un’utilità alle porte e alle finestre.

Il vuoto tra quelle pagine lentigginose accoglieva come un abbraccio, e riempiva quello che lei sentiva dentro di sé e che in nessun altro modo poteva essere colmato. Vivere tra quelle pagine le consentiva di decodificare il mondo, che per lei era fatto di parole mute, senza voce, parole straniere che narravano le ‘storie che non furono mai, ma sono sempre’.

“Che vuol dire ‘sempre’?” aveva chiesto una volta al suo dizionario, che aveva un nome e cognome proprio come una persona in carne ed ossa, un nonno antico, che esisteva già da molte generazioni: Guglielmo Gemoll, si chiamava.

‘Una volta per tutte’, le aveva risposto lui senza esitazione.

“E ‘storie’, che vuol dire?”

“Cose che hai visto con i tuoi occhi e che per questo sai”.

“Ma se non furono mai, come fanno ad essere sempre?”

“Mistero”, aveva risposto lui. “Chiudi gli occhi e stringi le labbra, prova a parlare, che cosa riesci a dire?”

“Mu”, aveva risposto lei.

“Proprio così: mu”, e avevano riso insieme.

Quando aveva timore di qualcosa, la bimba chiedeva a nonno Guglielmo, e lui le rispondeva col suo quasi impercettibile fruscio leggero – “Nonno, cos’è una ferita?”

“E’ un trauma”

E lei, incalzante: “e un trauma cos’è?”

“Una lesione, un danno, una sconfitta; uno stordimento; il segno di una perforazione. Oppure un’ulcera, un solco, il segno dell’aratro che affonda nella terra”

“Allora arare la terra vuol dire ferirla?”

“Sì. La terra non ha bisogno di essere coltivata per generare: è divina. Bisogna uscire da quei solchi e richiuderli”

“E come?”

“Mu”

Sul dizionario di latino – meno risonante ma pur sempre utile – lei aveva scoperto che delirare era proprio questo: uscire dal solco.

“Nonno, chi è lo psichiatra?”

“Colui che si prende cura di una farfalla”.

“Cosa sono le stelle?”

“Gocce di latte sulla via”

“E se non le vedi?”

“Quello si chiama desiderio”.

“Cos’è l’Ade?”

“Ciò che non può essere visto e non vede”

“Che vuol dire felice?”

“Che allatta ed è allattato: nello stesso tempo”.

“Cos’è il mito?”

“Un racconto muto”

“E il rito?”

“Un silenzio raccontato”

Ma in quella vicendevole risonanza un giorno lei cadde in una trappola. “Cos’è il simbolo?”, gli chiese, e lui “L’unione degli opposti” rispose.

L’unione degli opposti divenne allora la via.

Bianco evocava Nero, Uomo Donna, Giorno Notte: ogni cosa evocava il suo opposto, ma in questa corsa inarrestabile verso gli opposti lei non era mai se stessa. In piedi tra la Terra e il Cielo, si sentiva responsabile della loro unione, e in questa continua tensione dimenticava di esistere.

Ma ora: ora si avvicinava la Festa della Luce.

Luce evocava Tenebra: come fare ad unirli se quando c’era uno spariva l’altro?

“Nonno, che vuol dire Luce?”

“Bianco, chiaro, splendente: come l’acqua, il latte, una nube, un piede scalzo. Come il sole e la Luna, la brace incandescente, lo sperma”.

Tossicchiò, il nonno, e aggiunse: “Voglio rivelarti un grande segreto: ma devi serrare le labbra, mantenere il silenzio”.

“Mu”, disse lei, incrociando le dita sulle labbra.

“Luce vuol dire Luce.

Buio vuol dire Buio.

Donna vuol dire Donna.

Uomo vuol dire Uomo.

E tu sei tu: non sei una parola, e hai una voce.

E’ il momento di andare”.


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1 Comment

  1. maria rosaria

    e’ …. tutto! Veramente non ci sono parole per commentare…… arriva diritto al cuore e mi auguro che chiunque la legga, la possa prima di tutto sentire e poi magari, se c’e’ ancora spazio, raccontare e tramandare. E’ davvero una fiaba magica! E la magia, questo tipo di magia non e’ mai abbastanza…..

    Grazie all’autrice e un grazie a te Rossella che dai ogni volta nutrimento a cio’!

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